Volta la carta, c’è la casa di cuori

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23 giugno 2014 di Odette

Pedalo piano ma non troppo. E guardo. Da sempre mi piace guardare le case della gente. Mentre pedalo il sole mi scalda la faccia, le ossa e i pensieri e io vivo nove vite come i gatti.
C’é la casa anni ’60, grande, sopra una collinetta, ridipinta di grigio come si usa adesso. Di colpo ho sette anni, sono piccola quando era piccola mia madre, e gironzolo tra spazi in penombra, dal salotto con il tavolo lucido, alla camera matrimoniale, al corridoio lungo come un segreto mantenuto all’infinito, mentre dal bagno e dal silenzio escono i rumori del mattino. L’acqua che scorre, il rasoio che qualcuno picchietta sul bordo del lavandino per far scendere i residui di schiuma, un colpo di tosse, il profumo del sapone nuovo appena scartato, ancora squadrato e asciutto e con il marchio a forma di rosa ben inciso nella superficie. La porta si schiude, una spada di luce geometrica taglia il pavimento freddo e si ferma di fronte ai miei piedi.
Una pedalata mi porta via, di corsa adesso verso la casa col giardino scatenato, arruffato e barocco. Mi addentro tra le piante umide, c’é nessuno? Una foglia di banano mi frusta la guancia e mi lascia impressa una striscia rossa. Facendomi largo tra il fogliame raggiungo la porta d’ingresso. Si può? É chiusa, mi dirigo allora verso la finestra. Guardo dentro e vedo una giovane donna al computer. Gli occhi puntati sullo schermo, scrive con una mano sola, mentre l’altra cerca di afferrare – cieca – una tazza appoggiata lì vicino, da qualche parte sul tavolo. È seduta in modo scomodo, in punta di sedia, presa dalla scrittura, ma incerta se rimanere o scappare. C’è un grande disordine, pile di riviste a terra, due bicchieri sporchi, vestiti accatastati, un accappatoio azzurro e via via vieni via con me. Troppe volte via con lui, insicura di sė, tra musicisti e ciclisti, quanta strada nei suoi sandali e quanta ne avrà fatta Bartali, io riprendo a pedalare e al cine vacci tu. Pedalo e adesso è un po’ in salita, sento lo sforzo nelle gambe e mi piace, sento i muscoli che si contraggono, attorno è campagna e mi rallegro di vivere tra il mais e i papaveri e però così vicino al centro. Anche se è il centro di una periferia. Vedo alla mia destra una vecchia casa abbandonata, con le pareti annerite di sbagli e cattive abitudini. Una parte di muro è crollata, poco dopo aver partorito un pezzo di casa nuova, prima che gli inquilini decidessero di andarsene. E curare le crepe altrove, con amore e sforzo, e un po’ di paura.
La strada luccica sotto il sole, fa caldo e mi piace anche questo. Pedalare e sentirmi un po’ sudata e pensare che é arrivata l’estate. Raggiungo una casa moderna, rettangolare ed essenziale, con i listoni di legno chiaro e il giardino assolatissimo. Voci di bambini ridono aperte e assieme sconosciute, ché i loro segreti non sono i nostri, i loro amici immaginari non ci appartengono. Una mamma cammina scalza in cucina, apre il frigo ed è indecisa tra una laboriosa centrifuga di frutta fresca o una rapida merendina killer. Indossa una camicia bianca da uomo, ha i segni di una tigre sulle braccia, ha i capelli corti da ragazzo, ma é decisa a lasciarli crescere. É ancora bella, é ancora giovane. È ancora. Si è sempre sentita più vecchia di quanto fosse, già nel decennio successivo, ma adesso si sta sforzando di imparare il presente. Si immedesima in se stessa che si immedesima in se stessa, che si immedesima in se stessa.
La bicicletta mi porta avanti, sbocconcello altre vite, ancora un po’, e poi arrivo a lavoro, chiedendomi chi ha condotto chi. Me o l’altra me, o l’altra me, o l’altra me.

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foto simo

foto di Simone Maestra
http://www.simonemaestra.com.es

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