Piccolo omicidio in biblioteca

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29 luglio 2015 di Odette

La ragazzina entra in biblioteca. Ha dodici anni e non è né carne, né pesce, né carboidrati, a giudicare dalle braccia e dalle gambe magre.
La porta d’ingresso si chiude alle sue spalle, sigillando all’esterno il caldo afoso, i compiti per l’estate e il dio cattivo e noioso preso andando a dottrina. La penombra che la accoglie è familiare e ha l’odore tipico di una biblioteca di paese: una nota di evasione, una di prigionia e un fondo persistente di desiderio.
Gli scaffali con Wilbur Smith le sembrano una meta succosa: l’Africa e certe figure di donne forti, che non si capisce del tutto se siano buone o cattive. Poi c’è la sezione sulla Resistenza, con i libri consigliati dalla prof di lettere, quell’Agnese che va a morire che le si è ficcata in testa senza volerlo, proprio come quel mucchietto di stracci neri impressi per sempre sulla neve bianca con cui il libro si conclude. Prima di quello non aveva idea che potessero esserci romanzi così, nei quali morire significa più che altro diventare un grumo vuoto di abiti. Ci sono anche i libri che proprio non ha capito, come “La ragazza di Bube”, ma forse perché lo ha letto a tratti, quanto basta per fare la scheda-libro.
– Non trovo più i gialli – dice Ragazzina rivolgendosi a un uomo grosso e taciturno che ha la scrittura da bambino. È l’addetto ai prestiti e devono averlo messo lì per questo motivo, perché per lavorare in biblioteca è necessario saper scrivere Da restituire entro 30 giorni con grafia infantile e precisa e saper piegare le tessere degli iscritti con meticolosa lentezza.
– Li abbiamo spostati. Li trovi di là – risponde l’Uomo dei Prestiti, indicando la stanza adiacente con un gesto pesante.
Ragazzina raggiunge la Sezione Giallo e si mette a spulciare tra i titoli, cercando qualcosa con cui dare forma ai prossimi pomeriggi. Alla fine si ferma di fronte ai libri di Agatha Christie perché non l’hanno mai delusa, non come quel romanzo assurdo in cui si è imbattuta qualche tempo fa, con un finale crudele che però si rivelava soltanto un sogno, cosa che l’aveva fatta sentire sollevata e tradita allo stesso tempo.
Ha appena estratto dallo scaffale “Assassinio sull’Orient Express” quando un Ciao la prende alle spalle. Si volta di scatto: lui la sta guardando con un sorriso biondo e azzurro che le rimbalza in pancia con lo stesso effetto di quando è in auto con suo padre e percorrono un po’ troppo velocemente la strada all’altezza del piccolo dosso vicino alla cartoleria.
– Ciao – risponde Ragazzina sentendosi avvampare la faccia. Lui non dovrebbe essere lì, non mentre lei è così rilassata, la pancia in fuori e la t-shirt tarocco della Best Company. Non che ne abbia, di capi originali Best Company, ma quell’evidente imitazione è peggio di tutti i capi anonimi che popolano il suo armadio. Quando sua madre si era presentata a casa con quella roba, lei non era riuscita a trattenere “le lacrime dei nervi”, come le chiama sua nonna, si era chiusa in camera e aveva tirato forte un lembo della maglia sino a sentire il crac delle cuciture che cedevano alla sua rabbia. Rabbia perché le era toccata in sorte quella parte di universo con le felpe tarocche, l’apparecchio “fisso” e la pelle impura, come c’è scritto sulla confezione del Topexan.
– Cosa fai?
– Cerco un libro… Mi piacciono i gialli.
– Sei una secchia allora!
– No.
– Io odio leggere, quella troia della prof ci ha dato tre libri per l’estate ma io non ci penso minimamente… Senti, come ti chiami?
Ragazzina pronuncia il proprio nome e ha la sensazione di estrarlo dalle viscere dell’Universo della Pelle Impura. Lui lo ripete, trasportandolo così nell’Universo Best Company la qual cosa suona stonata ma bella, forse troppo per essere vera. Ragazzina ripensa per un attimo a quella volta in cui da piccola aveva conosciuto una bambina, figlia di amici dei suoi, che spingeva in dentro un occhio a ognuna delle proprie bambole e così c’era un esercito di bambole senza un occhio a popolare le mensole di quella stanza rosa, scenografia di quello che sarebbe diventato un ricordo perfetto. Perché lo fai? Le aveva chiesto. Perché altrimenti sono troppo belle. Ragazzina si era domandata allora se davvero le cose andassero rovinate un po’ per diventare reali e dare inizio alla storia.
– È vero che sei amica della Katia? – le chiede lui.
– Sì, usciamo sempre assieme – risponde Ragazzina con un misto di orgoglio e di sentore di fine imminente. Qualcuno le ha spinto in dentro un occhio e la situazione ora è di nuovo reale.
– Gran figa la Katia! Senti, puoi consegnarle questo?
Le mette in mano un bigliettino piegato più volte con su scritto ‘da Roby per Katy’.
– Ok, ci penso io.
– Sei una grande. Mi raccomando eh.
Lui esce dalla stanza e Ragazzina rimane lì, con un assassinio in una mano, e un bigliettino nell’altra. Sfoglia una pagina di libro, poi apre il bigliettino: “Ti vuoi mettere con me?”
Non prende in considerazione nemmeno per un attimo la possibilità di non consegnarlo. Ha troppo senso della Giustizia.

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