5. Ogni casa è illuminata (Ortensia)

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29 novembre 2015 di Odette

Precedenti:
1) Ogni casa è illuminata (leggi)
2) Giovanna (leggi)
3) Ida (leggi)
4) Soffio (leggi)

Ortensia

Ortensia affondò i denti con forza.
Il braccio era tenero e premerci i denti sopra era una cosa che non avrebbe mai pensato di fare. Non lo pensò, in effetti, lo fece e basta. E tuttavia vi era stato un momento in cui avrebbe ancora potuto fermarsi, nel quale i denti avevano premuto, ma non ancora fino al punto di non ritorno, fino al punto in cui era chiaro che non si trattava più di un gioco. Ma aveva scelto di non farlo e di indagare la propria spregiudicatezza più in profondità. E ora il confine era stato varcato, come quando con sua madre era andata in Francia per il matrimonio di quella signora che le aveva regalato un profumo di Minnie e uno scalda-mani di peluche. La polizia le aveva fatte passare senza dar loro troppa importanza e lei si era chiesta dove fosse il confine e cosa mai separasse.
Comunque ormai la cosa era fatta. La polizia poteva anche venire a cercarla, se voleva. Avrebbe trovato una bambina di sette, o forse otto anni, con indosso un vestito verde decorato con dei pomodori rossi, ma pensa poi che razza di vestito. E la bambina avrebbe confessato che sì, aveva morso il braccio di sua cugina e lo aveva fatto con forza, come potevano testimoniare le impronte sulla pelle che riproducevano dei denti infantili, alcuni dei quali storti.
Il pianto che seguì richiamò una donna che uscì in cortile a passo spedito. Indossava un paio di ciabatte di lana anche se era estate e teneva in mano una sigaretta e una rivista accartocciata.
La donna si liberò della sigaretta e prese a consolare una testa di lunghi riccioli biondo scuro che sussultava, singhiozzando per il dolore e per lo stupore di essere stata morsa da quella figura familiare col vestito verde tempestato di stronzissimi pomodori.
“Perché lo hai fatto?” chiese la zia voltandosi verso Ortensia.
“Non lo so”.
Lo sapeva perfettamente invece, ma il motivo era così banale, che si vergognava a tradurlo in parole.
Il braccio si era gonfiato vistosamente e lo sguardo di sofferenza mischiato a vittoria della cugina, mentre veniva portata via in braccio dalla madre, fu l’ultima immagine che Ortensia vide prima di rimanere da sola in mezzo al cortiletto di sassi.
Era stupita per quello che aveva fatto perché lei era, a detta di tutti, una bambina tranquilla.
Prese un sasso in mano, lo rigirò per un po’ tra le dita, poi lo lanciò contro un muro. Il sasso cadde lì vicino e tutto rimase come un attimo prima.
Si incamminò con un senso di malessere nella pancia e lo sguardo fisso in basso cosicché i piedi avanzavano ciechi come piccoli lombrichi nella terra, fasciati nei sandali blu notte che sua madre le faceva mettere perché diceva che erano “in piena moda”.
Si fermò per qualche minuto davanti all’edicola a guardare la vetrina, c’era il “Dizionario della moda di Barbie” che era davvero bello e la ragazzina che lo pubblicizzava doveva avere dodici anni, l’età in cui si è grandi e ci si mette il reggiseno. Non prestò la stessa attenzione al negozio di biciclette che vi era a fianco perché odiava andare in bici e nemmeno alla giostra con le anatre che ormai da anni in quel periodo arrivava in paese. La prima volta l’aveva impressionata però, perché le era parso che un’anatra la fissasse, con il becco puntato nella sua direzione e gli occhi rotondi come biglie.
Raggiunse casa della nonna. La porta era chiusa. Prese la chiave che si trovava sotto il vaso che un tempo era stato delle margherite, ma che adesso era solo il vaso delle chiavi e aprì.
L’odore familiare di sugo misto a stoffa si affacciò alla porta, le rose di ceramica con un petalo sbeccato erano immobili sopra il tavolo del salotto, il lenzuolo azzurrino ricopriva come al solito il divano, ma lei aveva appena morso sua cugina.
La zia non avrebbe chiamato che verso sera, quando sua madre sarebbe venuta a prenderla stanca e così avrebbe avuto da gestire anche quella rogna.
Ortensia accese la televisione e cercò i cartoni animati.
Le scappava la pipì, ma la trattenne e rimase in piedi davanti allo schermo stringendo leggermente le gambe.
E non c’era nessuno a vedere il lenzuolo lievitare alle spalle della bambina e rimanere sospeso in aria per una frazione di secondo.
Ortensia cantava la sigla del cartone animato e ne conosceva a memoria tutte le parole, o quasi.

… Continua (clicca qui)

imagefoto di Mirko Piccinato (dettaglio)

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