Il tempo perfetto

Dove vanno gli amori che non finiscono?
Non dico quelli che fanno dei giri immensi e poi ritornano.
No, io dico quegli amori impossibili, che non finiscono ma nemmeno possono ritornare, magari per causa d’amore maggiore, o di forza minore, o semplicemente per causa nostra.
Quegli amori che non possono più essere, o quelli che potevano essere ma non sono stati, oppure quelli che sono stati ma non avrebbero dovuto.

Insomma, dove vanno ad abitare quegli amori dal tempo imperfetto, dal condizionale d’obbligo, dal trapassato a fil di lama mentre ancora erano vivi?

E poi, è davvero possibile uccidere volontariamente un sentimento ancora pulsante?
Un amore ancora in forze che si ribella, recalcitra e lotta?

Forse è più facile uccidere un amore impossibile prendendolo alle spalle, tradendolo, ingannandolo, o magari soffocandolo poco a poco, avvelenandolo goccia dopo goccia, stremandolo, riducendolo in brandelli.
E ammesso che infine si riesca (quasi) a distruggerlo, poi dove si seppellisce? Dove si gettano i brandelli, i rimasugli, insomma i cocci?
Perché si sa, in un modo o nell’altro chi rompe paga e i cocci sono suoi, e forse sarà per questo che non ci si libera mai del tutto di certi amori.

Ecco, io penso che chi ha vissuto un sentimento impossibile giri con un sacchettino legato alla cintura pieno di cocci tintinnanti.
A lungo andare il tintinnio diventa un rumore di sottofondo e finisce per non sentirlo più, così come non sente più quello sbattere ritmico sulla coscia mentre cammina, il peso che sbilancia impercettibilmente l’andatura.

Però, però, ci saranno sempre i momenti in cui gli capiterà di avvertirlo di nuovo, quel tinitinnio.
E allora a me piace immaginare che da qualche parte esiste un luogo dell’anima, magari all’ombra di un albero millenario, dove potrà andare a sedersi con il sacchetto dei cocci adagiato accanto.
E lì, in un tempo finalmente perfetto, di quelli che appartengono solo all’infanzia o all’immaginazione, estrarrà i cocci e li ricomporrà, li incollerà come meglio potrà, ne farà tazze sbeccate, e fingerà di servire del tè.
E così il gioco dell’unione si compirà.

Perché non importa quanto distanti l’uno dall’altro si è ormai, esattamente come accade con i bambini, quando una persona amata ci offre una tazza vuota, noi beviamo.

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si ringrazia per la foto (e per il giardino)
Carolina Franceschini

12 commenti Aggiungi il tuo

  1. Andrea Taglio ha detto:

    tema molto interessante e molto sentito

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    1. Odette ha detto:

      lo credo anche io Andre

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  2. Pendolante ha detto:

    Tocchi corde delicate col tuo solito garbo

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    1. Odette ha detto:

      grazie cara…

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  3. Tratto d'unione ha detto:

    Amori impossibili, impossibili da dimenticare

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    1. Odette ha detto:

      già, che supplizio però

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  4. Franci ha detto:

    Ho brividi ovunque…e anche il magogno..come troppe volte mi accade leggendoti..Odette sei unica

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    1. Odette ha detto:

      uhhhh il magogno… allora col prossimo ti faccio ridere, promesso!
      ❤️

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  5. Annalisa Di Maso ha detto:

    Cara odette, come sempre hai saputo descrivere con ironia e poesia uno degli eventi che fa vita. Adesso tocca cercare l’albero, anzi il bosco. E servire il tè, anzi i tè.

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    1. Odette ha detto:

      giusto, i tè

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  6. missiswhite ha detto:

    Mi hai fatto venire in mente il Kintsugi, l’arte giapponese di riparare le crepe nel vasellame con l’oro, rendendo l’oggetto, nella sua imperfezione, ancora più prezioso.
    Anche tu, con la tua scrittura, sai riempire le crepe d’oro.

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    1. Odette ha detto:

      riempio con quel che ho, certe volte basta certe no… grazie Missiswhite. Love you.

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