Mia

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La mia giovane parrucchiera mi dà ordini brevi e decisi.
Solleva un po’ il mento, girati, ora abbassa la testa, alzala di scatto.
Io non metto in discussione nulla, eseguo obbediente, incasso i piccoli e autorevoli tocchi delle sue mani efficienti sui miei capelli sottili. La sua gioventù è testimoniata dalle decine di braccialetti economici che le inanellano entrambi i polsi, dal trucco senza mezze misure, dalla pelle impura eppure compatta (soppeso l’alliterazione tra me e me mentre osservo il suo grembiule scuro, stretto in vita). Mi piace, ha una presenza, una fisicità che mi tranquillizzano, mi spiega con poche parole come gestire i miei capelli ma senza giudicarmi come hanno fatto altri in passato (eh mia cara, se non metti la maschera idratante non puoi pretendere di avere capelli morbidi, mentre io penso che non pretendevo nulla in realtà, che non ho mai preteso nulla).
Il salone è piccolo, ma con un’ampia vetrata che mi permette un gioco che ogni tanto amo fare, ovvero seguire con lo sguardo le minuscole virgole di polvere che ondeggiano nell’aria senza mai toccare terra. Avete presente quelle ciglia di polvere che sono visibili quando la luce filtra, abbondante e obliqua, specie se attraverso un vetro, e che volendo si possono interpretare come si fa con i tarocchi? E’ una idea che mi salta in testa perché è una cosa che sapevo fare ai tempi dell’università, leggere i tarocchi. Li leggevo a me stessa, correndo sicuramente il rischio di qualche cortocircuito, e li leggevo ai turisti a Venezia durante il carnevale, per racimolare qualche soldo (dipingevo anche le maschere sui loro volti), seduta sui gradini di qualche chiesa, per tavolino una cassetta della frutta capovolta.
Non che ci credessi davvero, al potere predittivo degli arcani, e del resto non facevo mistero di improvvisare le mie divinazioni a partire da qualche vaga conoscenza, ma quello in cui credevo, e in cui forse credo ancora, era nella capacità di leggere il presente guardandolo di sbieco.
Non puoi capire ciò che ti sta accadendo guardandolo in faccia – avevo spiegato una volta a un turista che mentre divinavo non smetteva di prendere a morsi un kebab – non puoi prenderlo di petto, a meno che tu non voglia essere una di quelle stupide persone che sputano giudizi su tutto e tutti (non era stato difficile uscire con quella sparata, mi ero lasciata ispirare dal suo sputacchiare briciole tutto attorno). Devi avvicinarti alle cose – avevo continuato – a partire da segni, spunti, simboli, linee delle mani o semi delle carte, fondi di caffè o avanzi di sogno, o da qualsiasi altra cosa ti vada a genio, e da lì trovare somiglianze e differenze, coincidenze, intuizioni, non so se riesco a spiegarmi. Certo che riesci a spiegarti – mi aveva assicurato il turista smettendo per un attimo di masticare – riesci a spiegarti perfettamente.
Ecco, a me ultimamente, per cercare di capire qualcosa di quello che mi sta succedendo, vanno a genio le virgole di polvere come quelle che ondeggiano nel salone dove mi reco ogni tanto a prender ordini dalla giovane parrucchiera dai polsi inanellati. Appoggia la nuca, dice, piega un po’ indietro il collo, va bene l’acqua? (ogni tanto gli ordini vengono ingentiliti da qualche domanda), ora aspetta qui qualche minuto che lasciamo agire la crema ammorbidente, o idratante, o riflessante. Io rifletto sul valore della attesa, dell’ogni cosa a suo tempo, ogni tempo la sua cosa. Che stupidaggine affannarsi a catturare il presente mutevole di noi stessi, penso, siamo virgole destinate a ondeggiare in aria, alla perenne ricerca di punti fermi per venirne a capo. E allora, con il capo reclinato all’indietro, sto lì e aspetto, lascio andare le riflessioni e lascio agire il riflessante. Aspetto. Mi immergo tra le ciglia di polvere. Aspetto. Inspiro l’aria intrisa dell’odore dei prodotti chimici.
E sono ormai quasi a un passo dall’annullamento definitivo di me stessa, dalla dispersione, dall’ottundimento prodotto dalla scossa alcolica dell’ammoniaca, quando, improvvisamente, finalmente capisco.
E dopo tanto nero tutto diviene più chiaro.
Quando esco dal salone ho cambiato colore e schiarito la testa, ma non è merito della parrucchiera e anzi lei non ne sa nulla. Prosegue ignara e operosa nelle sue faccende, il grembiule scuro sempre stretto in vita. E non è merito delle ciglia di polvere, che non hanno coscienza di me. Esse continuano a ondeggiare in aria senza mai toccare terra.
Io cammino per strada e mi sento diversa, perché stavolta la porto in giro davvero una testa nuova, che ho capito essere terribilmente, solamente, magnificamente mia.

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. Tratto d'unione ha detto:

    E cosa ti ha mostrato questo satori? Ci lasci con la curiosità 🙂

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    1. Odette ha detto:

      che sono solo mia, siamo tutti fondamentalmente solo nostri, e questa è una cosa spaventosa all’inizio ma anche grande molto liberatoria

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    2. Odette ha detto:

      (ho modificato lievemente l’ultima frase, forse così si capisce un po’ di più… anche se mi rendo conto che rimane un po’ criptico)

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      1. Tratto d'unione ha detto:

        Ora ci sono, è che sono un po’ dura di comprendonio 🙂

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      2. Odette ha detto:

        no no, ero stata parecchio enigmatica io 😘

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  2. willyco ha detto:

    Ma che bellezza, Odette 😚

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    1. Odette ha detto:

      grazie caro ❤️

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