Supponiamo un amore

Scendi dài, esci di casa, che ti porto a inseguire una chimera.
Sbrigati, è una serata caldissima, sali in macchina che ti guido su quell’ermo colle, dove c’è un punto di vista mozzafiato su noi due.
Lassù i miei grilli nella testa cantano struggenti, le tue idee si accendono come lucciole, le nostre orecchie ronzano di maggiolini alla ricerca del maggio perduto, del tempo inventato.
Scendi, vieni a vedere, ho portato anche qualcosa da mangiare: due pezzi di pane che non farebbero male a una mosca, uno yogurt intero (lo dividiamo), qualche madeleine, il cioccolato della crostatina (la crosta l’ho messa da parte per i passeri del nostro futuro davanzale), una pesca con l’amo, e qualche altro frutto della mia immaginazione.
Scendi così come sei, va bene anche senza scarpe, saliamo su quell’ermo colle, stasera è una sera come un’altra per non sentirsi soli.
Ci stendiamo sull’erba, ci abbassiamo all’altezza dei fiori, a pancia in su per rimirare le stelle (fa’ presto, sono milioni di milioni, è un’attività che richiede tempo), allacciamo le dita e viaggiamo nel buio fino a perdita d’occhio, fino a trovare una visione d’insieme.
E così la luna storta la guardiamo dal verso giusto, dal basso in alto. E poi anche dall’alto in basso, ché siamo abbastanza supponenti, io e te, per supporre un amore che ancora non c’è.

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