Immortalarsi

A me mi piacciono tanto certi selfie che si fanno le donne, su cui mi capita di imbattermi.
Io ho una passione per certi selfie, ho proprio un debole. La posa studiata, il profilo migliore, l’espressione consolidata, quella che si va sul sicuro, il sorriso nonostante, l’abito fico, gli occhi sottili, oppure stanchi o allusivi o allungati o stretti o truccati o altrove.
A volte son selfie sensuali, la scollatura bella, la pelle abbronzata, le labbra a culo di gallina (chi non le ha mai fatte scagli il primo lipstick), e si accompagnano a citazioni che suonano tipo così “La mia non è proprio una citazione, è più voglia di qualcosa di buono (O. Wilde o C. Bukowski o insomma dài)”.
Altre volte son selfie teneri, oppure buffi, comici, ché l’ironia è il più fragile, il più sofferto degli scudi.
In certi casi poi si sa, la foto vien pubblicata in favore di una persona soltanto, chi ha sguardo per intendere intenda. Ed è in fondo un gesto d’amore a tutti gli effetti, quello con cui ci si espone alla pubblica accusa di vanità solo per attrarre il soggetto amato, ché i gesti d’amore evolvono, al passo coi tempi, al passo coi social.
Per tutti questi motivi, io ho un debole per certi selfie e mi immagino, so, che dietro ogni scatto c’é una donna che magari ha avuto una giornata di merda, e allora arriva a casa, si specchia in bagno e dice, ma guarda, ho il trucco ancora buono, i capelli non male, le occhiaie sotto controllo: adesso mi immortalo.
Ed è allora che si scatta, e in quel momento, e per un po’, la morte s’attacca.

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