Filavìa in rima sciancata

Sulla vetrina del negozio guardo me stessa, osservo le braccia, le gambe, il vestito che un tempo ho scelto e adesso abito.
Sorrido pensando che son senza etichetta, son io, quella solita, non un manichino, mi specchio gratis e faccio un inchino.
Fuori dalla pasticceria trattengo una voglia, risveglio un ricordo attraverso un dolore: fu carboidrato o vero amore?
Del cioccolato assaporo l’assenza, la pancia vuota, le endorfine pazienza.
Da un ambulante osservo le rose, “quale vuole?”, mi chiede.
Vengo scelta da quella bocciata, ricoperta di smog, rossa sboccata, di notte venduta e in fretta sfogliata.
Le rose non le scegli, le rose ti scelgono, un po’ come i cani, quelli al canile, a volte gli umani.
E questa è la filavìa, in rima sciancata, di una rosa troppe volte dalla poesia rifiutata.
Salgo su un autobus e non timbro il biglietto, poso la rosa sul sedile e siedo scomoda, sulle spine.
Lo so bene che se sale il controllore è un casino spiegare che sono innocente, lo giuro, è solo un giro a vuoto. Esiste forse un biglietto per questo scopo?

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