6. Il vivaio

Vivaddio c’è il vivaio.
Aperto sempre, anche in zona rossa, il vivaio è un minicosmo fantastico, proprio dietro l’angolo.
Ci trovi piante sopra e sotto i pianali.
Le piante di Sopra sono in vaso e in vendita, quelle di Sotto sono spontanee e non hanno prezzo.
Escono come mostri da sotto il letto, allungano i tentacoli verdi negli angusti corridoi e lambiscono i polpacci dei passanti che si avventurano dietro le quinte della serra, là dove l’esistenza non è organizzata fino alla più tenera fogliolina e i clienti tornano a essere persone.
Al vivaio ci stai bene, ti senti in una specie di pace euforica, c’è tanta vita di cui non hai la responsabilità della morte, eccetto che se ti porti a casa una pianta, che allora sì, ne diventi responsabile e se muore sei un po’ stronzo.
Al vivaio, a dispetto del nome, non ci sono soltanto piante vive e vegete, dietro le quinte ne trovi di malconcie e morenti, un bancale dopo l’altro fino al girone finale. Poi, solo campi.
Ti senti un po’ esploratore, un po’ viaggiatore, mezzo Indiana Jones, mezza signora Dalloway, ti senti che i ramoscelli ti crescono nelle tasche.
Selvaggio e borghese, urbano e rurale, cittadino del tuo mondo intimo antico e intatto.
I pensieri che ti germogliano in testa hanno radici lontane e tranquille, e puoi vagare calmo nelle tue scure terre interiori.
In lontananza, rumori trasparenti di cellofan, fruscii marroncini di carta da pacchi, e la cassa che si apre e si chiude in un tinnìo di tasti e monete di resto. Buona giornata, buona giornata a lei, mi saluti la moglie, senz’altro.
C’è sempre una moglie come quella del tenente Colombo, o un marito come quello della signora Fletcher, a cui mandare il saluto o il ricordo, pace all’anima degli assenti.
E c’è sempre una bambina che stupisce per la rapidità con cui cresce, in procinto di fare la prima comunione. E un vecchio padre cocciuto. E una madre con i dolori alle dita nodose. E un nipotino con un ovetto kinder che attende di schiudersi fra le mani.
Superi limoni, felci, cactus, gerbere, assurdi tronchetti della felicità, e arriva il momento in cui ti imbatti in una pianta carnivora, o presunta tale (non si è mai sicuri con le piante carnivore, sotto sotto nessuno crede che esistano per davvero).
Speri di assistere allo spettacolo, che stia per mangiarsi qualcosa, che ne so, un rospo o un würstel.
Invece è sempre qualcosa d’infinitamente più piccolo.

(Il vivaio è il sesto dei sette minicosmi dietro l’angolo, ché andar lontano non si può)

Minicosmi

6 commenti Aggiungi il tuo

  1. Quelle piante sotto i bancali, che lussurreggiando prendono vita sono fantastiche. A metà strada fra visione, sogno e realtà.
    Queste tue letture del mondo a portata di mano anche in zona rossa sono dei veri e propri viaggi della fantasia, sì, ma soprattutto nel modo di leggere e vedere la realtà appunto. Ne traspare una leggerezza e un’ironia che puntella un animo che sa come godere ed essere felice di quello che ha a disposizione, poco o tanto che sia. Non fa differenza.
    Sempre brava.
    P.

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    1. Odette ha detto:

      Sono la regina degli scarti 😉
      (grazie, P., per le tue parole e per come sai leggere le mie)

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      1. 🙂
        Le tue parole, le tue visioni, i tuoi racconti meritano attenzione, perché regalano emozioni, anche molto dense e non sempre – forse mia – lievi, ma – lo dice il il “nomignolo” del blog – è la l’apparente leggerezza con la quale riesci ad affrontarle e farne tesoro che è di conforto e aiuto nel lettore. E non manca mai il sorriso, che in letteratura è l’asso di briscola.
        Prima o poi pubblicherò un breve commento al tuo “Diario” da me. Appena il tempo tiranno, ovvero il mio controverso e autolesionistico modo di gestirlo, me lo concederà.
        A presto!
        P.

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      2. Odette ha detto:

        Non vedo l’ora! Aspetto con felicità ❤️

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  2. E una zia con le gambe pesanti! 😂

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