Panelatte

Che debole che ho per certi negozi di provincia con i cartelli “affittasi”, financo nella variante “fittasi” derubata d’un vano.
Promesse di vita casa e bottega, la prima sopra, la seconda sotto. Scendi le scale e sei in vetrina, sali le scale e viene sera.
Un’esistenza dai confini segnati col gessetto, dove il pane è al pane e il vino al vino. Dove il lenzuolo è al filo e i bambini al giardino.
L’infezione dell’inquietudine cresce in penombra, a balcone accostato o serranda abbassata, ma è tenuta a bada con la pratica del ricambio d’aria frequente, detersivo per piatti sgrassante e acqua ossigenata al bisogno.
Se allarghi di poco il raggio, delimitato da altri segni di gessetto, trovi il resto di cui puoi avere necessità, come per esempio la fioreria o il panelatte.
Quando camminando mi imbatto in un cartello affittasi, mi fermo e immagino di cambiare vita versando un canone mensile, ma so che è tutta una mia idea infondata, nata molto tempo fa in quella veranda d’alluminio che dava sul cortile di palme e cortaderia.
Poi penso che tanto la rifarei diversa ma uguale, la vita.
È pur sempre la mia schiena, il mio guscio di lumaca, no? (non sono sicura)

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