Gocce d’acqua

“Ma a te non pare incredibile?”
Guaito.
“Cioè che ho una figlia”.
Altro guaito.
“Io”.
Il pastore tedesco guardò la donna con aria paziente, la testa inclinata, gli occhi intelligenti.
Lei gli fece una carezza con la punta delle dita e se ne andò spingendo la carrozzina fuori dal cortile, lungo la strada silenziosa del mattino.
Il cane rimase a guardarla finché svoltò l’angolo, lo sguardo troppo fedele e incondizionato perché la donna potesse avvertirlo addosso, sui capelli raccolti con l’elastico sfilacciato, sulla nuca esposta, sull’abito che le lasciava scoperte le gambe depilate con una passata veloce di lametta, mentre nell’altra stanza la bambina già iniziava a piangere.
A un mese dal parto era quasi tornata al suo consueto peso e quindi era snella ma non troppo magra, e del resto non lo era mai stata, troppo magra. Le gambe lunghe e dritte invece lo erano sempre state, ma i seni erano più abbondanti e i fianchi leggermente più larghi rispetto a prima della gravidanza.
Prima e dopo la gravidanza. Ultimamente non faceva che pensare in questi termini.
La nascita della bambina per lei, come di Cristo per gli uomini, aveva diviso il tempo in un prima e in un dopo, e aveva diviso anche le acque. E così alla neonata sgorgava il pianto e a lei invece sgorgava continuamente il latte, la neonata non faceva che bagnarsi il pannolino e lei invece il reggiseno perché produceva nutrimento in eccesso. E infine aveva diviso anche l’essere, che era andato alla neonata, e il non essere, che era invece rimasto a lei. O almeno così le sembrava ogni tanto, quando si scopriva a chiedersi chi fosse, ora, lei, dove stesse annegando la sua identità in quella continua dispersione di liquidi, quali fossero i suoi pensieri prima di quella venuta al mondo, quali i suoi desideri. E subito si pentiva di quel che le frullava in testa, perché le madri sono madri, e lei era una madre e questa era una cosa così enorme che da sola avrebbe dovuto bastare a riempire qualsiasi assenza di sé o di altri.
Lei era una madre e sua figlia aveva dieci dita nelle mani e dieci nei piedi e un naso proporzionato e la pelle rosea e la testa come una piccola noce di cocco, e pesava un po’ meno di quanto avrebbe dovuto ma i dottori dicevano che non c’era da preoccuparsi, che la bambina era sana.
Dicevano che non c’era da preoccuparsi nemmeno per quel misterioso e incessante pianto…

𝘐𝘯 𝘧𝘰𝘵𝘰 𝘮𝘪𝘢 𝘮𝘢𝘥𝘳𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘰𝘳𝘢, 𝘪𝘮𝘮𝘰𝘳𝘵𝘢𝘭𝘢𝘵𝘢 𝘯𝘦𝘨𝘭𝘪 𝘢𝘯𝘯𝘪 𝘚𝘦𝘴𝘴𝘢𝘯𝘵𝘢, 𝘦 𝘪𝘰 𝘰𝘨𝘨𝘪, 𝘢𝘨𝘨𝘩𝘪𝘯𝘥𝘢𝘵𝘢 𝘢𝘯𝘯𝘪 𝘚𝘦𝘴𝘴𝘢𝘯𝘵𝘢. 𝘐𝘯 𝘧𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘤𝘰𝘴ì 𝘥𝘪𝘷𝘦𝘳𝘴𝘦

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