Pianto di cane

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24 maggio 2016 di Odette

Clara aveva zigomi alti e pronunciati e due rughe sottili ai lati della bocca che erano incisioni raffinate. Lo sguardo era lontano, oltrepassava il muro sporco del bar dove era seduta mentre una musica lenta e intermittente azionava e interrompeva una certa malinconia che l’aveva caratterizzata fin da bambina, quando provava a grattarla via raschiandosi la pelle con il rasoio di suo padre. Una volta aveva raschiato così in profondità da procurarsi una macchia rossa lungo tutto l’avambraccio, e bruciava a tal punto che le erano scese due lacrime calde e dense che l’avevano in fine consolata. Era andata allora in cucina, aveva afferrato un tovagliolo unto dal tavolo ancora apparecchiato, e le aveva asciugate con un gesto teatrale, poi era uscita e aveva lanciato il tovagliolo al pastore tedesco che se ne stava placido di fronte alla porta d’ingresso. Si chiamava Laika come il primo cane sulla luna, e aveva snobbato il gesto come era prevedibile facesse.
Clara aveva allora raccolto il tovagliolo da terra e lo aveva spinto nella bocca del cane che l’aveva sputato con la pazienza di un padre che tollera una figlia di cui non conosce le ragioni superficiali, ma comprende la natura profonda e la sensibilità così umana da divenire intellegibile anche per i cani, le galline dentro il recinto di ferro, e i conigli bianchi a cui non devi affezionarti perché poi tireranno loro il collo.
Dentro quel bar con l’insegna flebile e i cadaveri dei tramezzini avvolti nella pellicola trasparente, Clara guardava ora il muro con al centro il bersaglio per le freccette pensando che se lo avesse fissato abbastanza intensamente si sarebbe aperto un varco e un fascio di buio, più buio del resto della notte, l’avrebbe strappata a quel posto e l’avrebbe portata da lei.
Lei che ora era assieme a un marito che la amava il sabato sera per mezz’ora, dopo essersi spogliato senza fretta, aver appeso la camicia sulla sedia e piegato i pantaloni lungo la piega, con la cura di chi non ha capito niente.
Pensò di scriverle un messaggio, ma cosa avrebbe potuto dirle che non le avesse già detto o scritto o impresso nella pelle o passato con la saliva da una bocca all’altra.
Ordinò un altro bicchiere di vino ignorando lo sguardo di interesse che un uomo in jeans slavati e sneakers lerce le lanciò passandole accanto e sfiorandole la spalla. Sapeva benissimo che non sarebbe servito granché quell’ulteriore bicchiere, se non a trasformare il senso di mancanza in nausea e il tragitto verso casa più difficile. Ma cos’altro poteva fare.
Forse riprendersi in mano la propria vita, pensò, se solo sapesse come si tiene in mano una vita, la propria. Decidersi ad andare oltre, lasciare quella città piovosa che non aveva altro da offrirle ormai, ma non è certo compito delle città venire a offrirci le proprie opportunità come omaggi. E allora una città le sembrò valere un’altra.
Uscì senza finire il vino e si diresse verso l’auto barcollando, cercò le chiavi nella borsa tastandone l’interno con la mano cieca e in fine trovandole in un buco della fodera.
Guidò indecisa se rincasare o dirigersi verso la casa di Isabella nella speranza del tutto infondata di vederla uscire nella notte con la camicia bianca lunga e i capelli sciolti, magari per buttare la spazzatura oppure per fumare una sigaretta in santa pace, e così incontrarsi anche solo per un minuto che era un’unità di misura sufficiente per due come loro. Per due come loro.
Ma Isabella non sarebbe uscita in strada, non avrebbe buttato la spazzatura e non avrebbe fumato nessuna sigaretta e mentre pensava che non avrebbero avuto il minuto che desiderava con tutte le sue forze, si sentì scuotere in modo tanto intenso e improvviso da smuoverle gli organi interni e farle ciondolare violentemente la testa in avanti e per una frazione di secondo si chiese se il varco si fosse finalmente aperto squarciando lo spazio e il tempo.
Perse conoscenza.
L’auto venne sbalzata fuori strada, contro la fila di alberi solidi che stavano piantati a terra da prima di tutto.
La trovò un’ora dopo il tizio con le sneakers lerce che chiamò un’ambulanza e, le dissero poi, rimase ad attendere sue notizie in sala d’aspetto per tutta la notte, fino a che lo rassicurarono che quella strana donna che fissava il muro del bar se la sarebbe cavata.
Si risvegliò in una stanza luminosa di ospedale sotto le mani efficienti di una infermiera giovane e smunta.
Immediatamente venne il dolore. Su tutto il corpo, diramato su ogni ogni fibra ed elemento legante del suo essere.
Più tardi le spiegarono quello che era accaduto e Clara iniziò lentamente a sentire che non era stato abbastanza. Non abbastanza da strapparle dal cuore quel morso di cane.
Ed era stesa sul letto d’ospedale, immersa in quella immagine, del suo cuore azzannato da un cane, quando vide entrare Isabella, chiara come sempre, con in mano una scatola di cioccolatini e lo sguardo pieno d’ansia. Una vampata di triste felicità le inondò la testa provocandole un capogiro, poi aprendole e chiudendole il petto con una morsa progressiva di cui Clara conosceva bene il punto d’arrivo. Nel corridoio alcune voci di infermiere si sovrapponevano le une alle altre.
Provò una fitta istantanea per quei tremendi cioccolatini che Isabella teneva tra le mani con una stretta che le schiariva la punta delle dita. Se la immaginò mentre li comperava al bar di fronte l’ospedale, quello con le luci gialle al neon. La vide pagare accanto la colonnina dei chewing gum, con il barista che non alzava lo sguardo dal rumore metallico della cassa, e la vide uscire tenendosi la giacca chiusa con una mano.
Ebbe un senso di nausea e vide anche quello che sarebbe accaduto dopo. Avrebbe raschiato via quella tenerezza vischiosa con il rasoio, si sarebbe asciugata il sangue con un tovagliolo sporco e poi lo avrebbe spinto nella bocca del cane che le stava azzannando il petto, fino ad ucciderlo.
Ma fu solo quando sentì la propria voce dire a Isabella di andarsene, che credette a quella versione dei fatti.
Isabella non si mosse.
Clara le piantò gli occhi negli occhi senza aggiungere altro e dopo un tempo che poteva essere una vita intera iniziò a sentirsi sfinita. Ogni secondo che trascorreva fissando quel volto chiaro che desiderava con tutta se stessa, senza rimangiarsi le proprie parole, ma dandole piuttosto in pasto al cane e tenendole premute contro il suo muso, era un dolore scuro e senza fondo.
Il cane soffocava e soffocava e sbiadiva e forse piangeva di quel pianto con cui piangono i cani, ma non mollava la presa e fissava e mordeva.
Clara perse conoscenza.
Quando riaprì gli occhi Isabella non c’era più.

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