Enigmistica la pelle

Lo specchio del camerino mi rimanda una immagine impietosa.
“Eh, questi specchi sono…”, una donna, con qualche anno più di me, nel camerino a fianco si trova nella mia stessa situazione.
“Infami?”, suggerisco io.
“Ecco sì”, fa lei, “è la parola giusta”.
Stiamo provando entrambe un costume da bagno, ci divide una tenda socchiusa, siamo per metà nude e per metà indifese.

Mi accosto allo specchio e scruto più da vicino la mia pelle sotto la luce chirurgica, sadica, del neon.
Una puntura rossa di zanzara qua (che ho grattato con rabbia), un vecchio segno di varicella là (idem), un neo, una smagliatura, una piccola cicatrice di quando a sei anni sono rotolata giù da una collina, un’altra di quando nel braccio mi hanno infilato un tubicino e ce lo hanno lasciato per sei mesi.

Penso che se unissi con una linea tutte le mie imperfezioni, i miei punti fragili o di svolta, come si fa con quei disegni della Settimana Enigmistica che si compongono unendo i puntini numerati, emergerebbe la mia figura più nascosta e sottile. Un’altra me intima, insomma.
Ma quali siano i contorni di questa “me”, quale il filo che mi dipana, mi rendo conto che oggi non saprei dirlo con esattezza.

Quando mi sfugge un senso o mi sento spaesata capita che mi salti in mente la Settimana Enigmistica, per me madre di ogni rebus, a partire da quella volta in cui da bambina mi addormentai nell’autobus che prendevo tutte le mattine per andare a scuola e mi risvegliai che non sapevo dov’ero, il paesaggio sconosciuto, i punti di riferimento saltati.

Mi tirai su in piedi di colpo, quella volta, e prenotai la fermata.
Scesi e mi ritrovai smarrita in mare aperto mentre l’autobus si allontanava placidamente come una grossa nave.
Forse la scuola l’avevo superata da poco, cercai di convincermi. Forse oltre la curva in quel momento la maestra aveva appena parcheggiato la macchina e stava per mettere piede a terra, come ogni giorno, le décolleté abituali sopra l’asfalto solido. O forse no, niente terra ferma per chissà quanto mare ancora.

Iniziai a camminare sperando di aver preso la direzione giusta, superai la curva e poi un’altra curva ancora, strade ondose in cui non riconoscevo niente di familiare.
E dovevo avere l’aria spaesata per davvero perché un uomo accostò l’auto per chiedermi dove stessi andando.
“A scuola.”
“Quanti anni hai?”
“Otto e mezzo.”
“E come ti chiami?”
Glielo dissi.

Lì, pronunciato in mare aperto, il mio nome mi sembrò un’isoletta, di quelle che allora vedevo spesso nelle vignette della Settimana Enigmistica di mio nonno, sezione umorismo. Mi spuntò in testa in particolare quella in cui un uomo e una donna si trovavano sotto una palma, naufraghi su una minuscola isola deserta, lui scrutava l’orizzonte con la mano sulla fronte e diceva “non ci posso credere, sta arrivando tua madre!”.

Forse sarebbe accaduta la stessa cosa anche a me, pensai, la mamma sarebbe arrivata, comparendo all’orizzonte dentro la sua cinquecento chiara.
“Vuoi un passaggio?” mi propose lo sconosciuto.
Naufraga io. Scialuppa lui.
Ne fui tentata.

Rifiutai tuttavia, e continuai a camminare, quanto a lungo non ricordo più, ma in un modo o nell’altro a scuola devo esserci arrivata, se poi sono arrivata pure qui dove mi trovo adesso, passo dopo passo, punto di partenza dopo punto d’arrivo, crosta via l’altra sulle ginocchia, punture di zanzara, rughe d’espressione, eccetera dopo eccetera.

“Questi specchi sono veramente infami” ribadisce adesso la donna accanto a me.
È bella, elegante, perlomeno come si può esserlo in questa specie di cabina operatoria con l’illuminazione feroce.
Non è ancora abbronzata, ha la pelle selenica con lievi dune di cellulite, e sulla pancia la mezzaluna di un taglio cesareo. Il suo sguardo si rabbuia in un’eclissi quando passa sopra le sue imperfezioni, vere o presunte.

La vedo cercare di coprirsi qualche centimetro di pelle tirando di qua e di là il tessuto stretch degli slip.
“Le sta molto bene”, dico io sinceramente.
“Faccio schifo”, sospira lei.
“È la luce del camerino. Non renderebbe giustizia nemmeno all’incarnato di Biancaneve.”
Ridiamo.
Mi immagino di unire con una linea ideale i suoi punti cardine, segni, mezzelune.
Ne salterebbe fuori la figura di una donna che specchiandosi negli occhi altrui si sorprende esatta.

Poi entrambe ci rivestiamo, usciamo dal camerino e continuiamo a gironzolare tra i costumi in promozione a diciannove euro e novanta.
La intravedo dopo un po’ che esce dalle porte automatiche del negozio che si spalancano come quelle di un enorme autobus, e la penso che sta andando a nuotare in mare aperto, col costume nuovo stretch.

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