Enigmistica la pelle

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23 luglio 2017 di Odette

Lo specchio del camerino mi rimanda una immagine impietosa.
“Eh, questi specchi sono…”
Una donna, con qualche anno in più di me, nel camerino a fianco si trova nella mia stessa situazione.
“Infami?”, suggerisco io.
“Ecco sì” fa lei, “è la parola giusta, infami”.
Stiamo provando entrambe un costume da bagno, ci divide una tenda socchiusa, siamo mezze nude e mezze indifese.

Mi accosto allo specchio e scruto più da vicino la mia pelle sotto la luce chirurgica e giallognola di un neon sadico.
Una puntura rossa di zanzara qua (che ho grattato con insistenza), un vecchio segno di varicella là (idem), un neo, una smagliatura, una cicatrice di quando sono rotolata giù da una collina a sei anni, un’altra di quando nel braccio mi hanno infilato un tubicino e ce lo hanno lasciato per sei mesi ma non se l’erano scordato.

Insomma mi sento uno di quei disegni della Settimana Enigmistica, come si chiamano, gli “unisci i puntini”, con tutte le mie discontinuità che se collegate da una linea rivelerebbero una figura nascosta, una specie di altra me intima. Ma quale sia questa figura non lo so bene.

A me capita così ogni tanto: quando mi sfugge un senso o mi sento spaesata mi salta in mente la Settimana Enigmistica, madre di ogni rebus. A partire da quella volta che da piccola mi addormentai nell’autobus che prendevo tutte le mattine per andare a scuola e mi risvegliai che non sapevo dov’ero, il paesaggio sconosciuto, i punti di riferimento saltati.

Mi tirai su in piedi di colpo, quella volta, e prenotai la fermata.
Scesi e mi ritrovai smarrita in mare aperto mentre l’autobus si allontanava placidamente come una grossa nave.
Forse la scuola l’avevo superata da poco, cercai di convincermi. Forse oltre la curva in quel momento la maestra aveva appena parcheggiato la macchina e stava per mettere piede a terra, come ogni giorno, le décolleté beige sull’asfalto solido. O forse no, niente terra ferma per chissà quanto mare ancora.

Iniziai a camminare sperando di aver preso la direzione giusta, superai la curva e poi un’altra curva ancora, strade ondulate in cui non riconoscevo niente di familiare.
E dovevo avere l’aria spaesata per davvero perché un uomo accostò l’auto per chiedermi dove stessi andando.
“A scuola.”
“Quanti anni hai?”
“Otto e mezzo.”
“E come ti chiami?”
Glielo dissi.

Lì, pronunciato in mare aperto, il mio nome mi sembrò un’isoletta, di quelle che allora vedevo spesso nelle vignette della Settimana Enigmistica di mio zio, sezione umorismo. Mi spuntò in mente in particolare quella in cui un uomo e una donna erano sotto una palma, naufraghi su una minuscola isola deserta, lui scrutava l’orizzonte e diceva “non ci posso credere, sta arrivando tua madre!”.

Forse sarebbe accaduta la stessa cosa anche a me, ecco, la mamma sarebbe arrivata, comparendo all’orizzonte dentro la sua cinquecento ocra.
“Vuoi un passaggio?” mi propose lo sconosciuto.
Naufraga io. Scialuppa lui.
Ne fui tentata.

Continuai a camminare, tuttavia, quanto a lungo non ricordo più, ma in un modo o nell’altro a scuola ci devo essere arrivata, se poi sono arrivata pure qui dove mi trovo adesso, passo dopo passo e avanti così, punto di partenza dopo punto d’arrivo, crosta via l’altra sulle ginocchia, punture di zanzara, rughe d’espressione, eccetera.

“Questi specchi sono veramente infami” ribadisce adesso la donna accanto a me.
È bella, elegante, perlomeno come si può esserlo in questa specie di cabina operatoria con la luce dissennata e la tenda semi tirata.
Non è ancora abbronzata, ha la pelle lunare con qualche piccola duna: un accenno di cellulite; e una cicatrice a mezza luna sulla pancia: un taglio cesareo. Il suo sguardo si rabbuia in un’eclissi quando passa sopra le sue imperfezioni, vere o presunte.

La vedo cercare di coprirsi qualche centimetro di pelle tirando il tessuto stretch degli slip di qua e di là.
“Le sta molto bene”, dico io sinceramente.
“Faccio schifo”, sospira lei.
“È la luce del camerino. Non renderebbe giustizia nemmeno all’incarnato di Biancaneve.”
Ridiamo.
Immagino di unire con una linea i suoi punti cardine, segni, appunti, mezze lune.
Ne salterebbe fuori la vignetta di una donna che specchiandosi negli occhi altrui si sorprende esatta.

Poi entrambe ci rivestiamo, usciamo dal camerino e continuiamo a gironzolare tra i costumi in saldo a diciannove euro e novanta.
La intravedo dopo un po’ che esce dalle porte automatiche del negozio che si spalancano come quelle di un enorme autobus, e la penso che sta andando a nuotare in mare aperto, col costume nuovo stretch.

.

Donna allo specchio.picasso

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