4. Ogni casa è illuminata (Soffio)

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20 novembre 2015 di Odette

Precedenti:
1) Ogni casa è illuminata (leggi)
2) Giovanna (leggi)
3) Ida (leggi)

Soffio

Giovanna era in piedi. Il collo bianco che emergeva dalla corazza scura del cappotto aveva un che di vulnerabile, visto di spalle, e qualcuno avrebbe potuto desiderare di cingerlo con una mano e stringere, per poi svelare lo scherzo con una risata, mollare la presa e iniziare a chiacchierare del più e del meno, e così non sarebbe rimasta che un’impercettibile impronta arrossata sopra la pelle chiara, come capita ai gesti che avrebbero potuto essere.
Ma a nessuno saltò in mente di fare una cosa del genere e la donna se ne stava a guardare attraverso il vetro che separava la sala d’aspetto dalle corsie per il nuoto, il mondo di chi rimane sul bordo a bocca asciutta, le venne da pensare, da quello di chi prova a tuffarsi e vada come vada.
Avvicinò le labbra al vetro e ci soffiò sopra. Subito si formò un piccolo alone di condensa a forma d’uovo che durò due battiti di ciglia per poi dissolversi con una certa grazia non prima di aver dato alla luce un ricordo. Di quel giorno in cui la sua insegnante di educazione fisica le spiegò che anima vuol dire “soffio” e a lei sembrò che quella informazione sarebbe dovuta arrivare, che ne so, dall’insegnante di Italiano e non dalla prof di ginnastica che normalmente le diceva di toccarsi le punte dei piedi senza piegare le ginocchia o cose così.
“Ciao Giovanna, anche tu qui?”, una donna in tuta di ciniglia viola e sneakers la salutò con disinvoltura.
“Sì, accompagno Pietro in piscina.”
“Qual è?”
“Cuffia rossa.”
“Quello è il mio: cuffia blu.”
“Che grande è diventato!”
Non era così che andava detto? Come tutti Giovanna aveva imparato che quando si vuol fare un complimento ai bambini bisogna dire che sono diventati più grandi di quello che ci si aspettava, come se ogni volta ci prendessero alla sprovvista, come lune che crescono e calano mentre noi siamo intenti a guardare il dito, e la maggior parte delle volte è proprio così e questo non è sempre un male.
“In alcuni casi è un privilegio.”
“Come scusa?”
Giovanna si rese conto di aver pensato a voce alta, un pensiero peraltro di cui non era già più convinta e perciò si affrettò a dire che no, niente, diceva tanto per.
Bussò sul vetro con una nocca per richiamare l’attenzione di Pietro.
Lui alzò lo sguardo e la vide. Un sorriso fatto di piccoli denti distanti gli uni dagli altri gli si allargò sul viso. Prese a salutarla agitando la mano. Poi scomparve in acqua per mostrarle che sapeva mettere la testa sotto e andare a pesca di anelli di plastica.
Quando riemerse con due bracciali colorati al polso, Giovanna batté le mani silenziosamente ma con enfasi in modo che il bambino sapesse che era fiera di lui.
E come sempre fanno i bambini quando rimangono soddisfatti per come si sono svolti i fatti, li ripercorrono fino a quando è loro concesso e per cui la sequenza immersione, anelli da polso e battito muto di mani si ripeté altre quattro volte, fino a che Giovanna trovò il modo di dire basta.
Faceva caldo, erano arrivati altri genitori e ora erano in tanti ad accalcarsi vicino alla vetrata per vedere i progressi dei propri figli in acqua. Corpi grandi e piccoli, avvolti in bozzoli di lana, e altrettante impronte d’anima sotto forma di uova appannate, uguali ma mai del tutto.
Il corpo di un uomo la premette contro il vetro, lo sentì aderire alla sua schiena e sfiorarle la nuca con l’alito caldo, e la cosa la infastidì, ma non abbastanza da spingerlo via. Le accadeva così ultimamente, di stare ad ascoltare alcuni sfioramenti di pelle, pressioni sulla carne, come se fossero degni di una considerazione maggiore di quanto avrebbero dovuto meritare.
Pietro stava per scivolare in acqua di pancia sopra il materassino posizionato a bordo vasca e l’insegnante gli stava dando le ultime indicazioni gesticolando, finché arrivò il “via” con un colpo secco di fischietto e il bambino scomparve.
A Giovanna risuonò in testa lo squillo del telefono che li aveva raggiunti quando stavano per uscire di casa, giusto un attimo prima che si chiudessero la porta alle spalle. Era tornata indietro a rispondere con il cuore che accelerava, aveva ascoltato per qualche secondo, poi aveva detto “va bene, sarò lì domani mattina”.
Pietro riemerse dall’acqua, prima la cuffia rossa e per ultime le gambe, e Giovanna cercò di spingere sul fondo il pensiero della telefonata.
Non aveva senso assillarsi ora, domani avrebbe saputo.

… Continua (clicca qui)

 

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